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Punti di vista

Intervista a Francesco Vietti autore di “Il Paese delle badanti. Una migrazione silenziosa”

Maria Rita Porceddu

Secondo fonti Inps In Italia nel 2011 si contavano più di 880.000 lavoratori domestici di cui l’80% stranieri, in prevalenza donne provenienti dall’Europa dell’Est. Un dato che aumenta di molto se si considera che il lavoro irregolare in questo settore è molto diffuso.
A loro è dedicato il suo libro, Il Paese delle badanti. Una migrazione silenziosa. Perché questo titolo? Qual è il Paese delle badanti? E perché definisce la loro migrazione “silenziosa”?

Il paese delle badanti è l’Italia, una nazione dove l’invecchiamento della popolazione e le carenze del welfare hanno reso necessaria la presenza di una nuova figura professionale in grado di assistere anziani e persone non autosufficienti a domicilio; il paese delle badanti, o meglio, i paesi delle badanti, al plurale, sono anche tutti quegli Stati da cui provengono le lavoratrici della cura, in particolari i paesi dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica in cui le difficili condizioni economiche, politiche e sociali legate al crollo dei regimi comunisti all’inizio degli anni Novanta hanno provocato l’emigrazione di milioni di persone. In definitiva il paese delle badanti è uno spazio che travalica i confini, che si estende fuori e dentro le mura della “Fortezza Europa” e che connette le nostre case e le nostre città alle case e alle città d’origine dei migranti. Uno spazio transnazionale, attraversato da persone, merci, denaro, storie, speranze e sofferenze in cui le badanti si muovono silenziosamente. Un silenzio collegato alla vita che conducono in Italia, una vita “invisibile”, tutta vissuta all’interno delle case degli italiani, prestando assistenza spesso 24 ore al giorno sei giorni alla settimana. Un silenzio legato alla difficoltà di far valere i propri diritti e far riconoscere la propria professionalità, di dare un senso alla propria esperienza esistenziale, di coltivare legami affettivi e sentimentali a distanza con i famigliari, i mariti e i figli rimasti in patria, di instaurare relazioni fuori dall’ambito delle famiglie dove si lavora e spesso si vive.


Nel suo libro, frutto di una ricerca sul campo, viene dato ampio spazio alla relazione badante- assistito. Una relazione molto stretta, unica nel suo genere, che si viene ad instaurare tra persone di età e di cultura diversa che, condividendo spazi e tempi, imparano a conoscersi e talvolta ad accettare le loro diversità rimuovendo stereotipi e pregiudizi. In questo senso possiamo definire il lavoro delle badanti un importante “strumento di integrazione”?

Abbiamo deciso di aprire il libro con la citazione di una poesia scritta da una badante ucraina che lavora in Italia e che tramite le sue liriche esprime in modo molto chiaro il disagio psicologico, le sofferenze, le costrizioni della sua condizione e della difficile relazione con l’anziana assistita e datrice di lavoro. Scrive Tetyana Kochetygova:

La Signora conta le malattie ed io - i suoi anni
Lei chiede consolazioni
ed io - almeno un po’ di gioia
di veder attraverso la sua finestra
la lontananza azzurra...
Ma la signora ha paura del sole
e non prova pietà per me
che sempre sono dietro le tapparelle chiuse
come un uccello acchiappato.
La signora ha paura dei sussurrii
ed io custodisco il silenzio.
lei ripete sempre
che le rimane poco da vivere,
ma non le fa male niente!
Solo che la sua anima non è tranquilla
perché è rimasta da sola.
Lei è intrappolata da longevità,
e in questo c’è anche la mia colpa,
perché la tratto bene,
come se fossi la sua figlia.
Dice che non ha più forza di vivere
ed io non voglio aiutarla!
E dice anche che sono furbissima:
non voglio perdere il mio lavoro!
Ma io mi comporto da saggia,
non giudico le sue parole.
Tutti mi lodano per la mitezza,
ma che vita è questa?
Lei trattiene la mia giovinezza,
io - cullo la sua vecchiaia.

Ritengo che queste parole esprimano con delicatezza e sensibilità tutta la difficoltà da parte delle assistenti famigliari nel mantenere una condizione di equilibrio e benessere psicologico di fronte alle richieste, alle pretese talvolta contro ogni diritto della lavoratrice, o alle semplici necessità continue e pressanti degli assistiti. Non mancano le condizioni di deliberato sfruttamento e di violenza, rispetto alle quali solo l’emersione dall’ampio settore del lavoro nero e informale che affligge questo ambito professionale può garantire alle “badanti” di poter avere degli strumenti concreti per far valere i diritti garantiti dalla firma di un regolare contratto di lavoro. Tuttavia non occorre sottovalutare neppure i rischi di quella “zona grigia” di sofferenza psicofisica non legata ad abusi attuati dei datori di lavoro, ma dal semplice, quotidiano incontro che le assistenti famigliari devono sostenere con la malattia, la solitudine, le rigidità, la sofferenza degli assistiti. Sofferenze che ciclicamente si concludono con la morte, il lutto e la sua necessaria elaborazione.



Lei ha compiuto a ritroso il viaggio di chi migra in Italia per andare a osservare i mutamenti generati dalla partenza di tante donne nei villaggi dei Paesi dell’Est. Tra le conseguenze più importanti parla di “disgregazione delle famiglie di origine” e “importazione dei modelli occidentali”…

Noi siamo abituati a vedere e analizzare i grandi cambiamenti portati nella nostra società e nell’organizzazione delle relazioni di cura all’interno delle nostre famiglie dalla presenza delle “badanti”. Più raro, e più difficile, è spingere lo sguardo all’altra metà della vita di queste lavoratrici, interrogandosi su quali cambiamenti siano avvenuti in questi anni nei contesti di partenza lasciati dalle migranti. Il viaggio di ricerca che ho condotto nella Repubblica Moldova ha avuto proprio l’obiettivo di osservare le trasformazioni in corso in questa piccola nazione ai confini d’Europa, un territorio ancora poco conosciuto rispetto ai grandi paesi che ha accanto, come la Romania e l’Ucraina. Durante la mia permanenza in un piccolo villaggio rurale dove ho vissuto presso la famiglia di una delle assistenti famigliari che ho seguito “a ritroso” da Torino, ho potuto notare come vi sia una stretta connessione tra il cambiamento degli stili di vita e delle relazioni famigliari delle “badanti”. La maggior parte delle rimesse (i soldi guadagnati in Italia e spediti a casa) delle donne migranti vengono utilizzate per migliorare le condizioni di vita materiale della propria famiglia e in modo particolare per ristrutturare le proprie abitazioni rendendole più moderne e confortevoli. Tali ristrutturazioni vengono definite “in stile europeo”, per indicare il nuovo standard di qualità che si intende raggiungere. Ma mentre si ristrutturano le case, si ristrutturano anche i legami e le relazioni tra le persone che vi abitano: quando una donna, emigrando, riesce a guadagnare cinque, talvolta dieci volte tanto il marito rimasto a casa con i figli, è evidente come si realizzino percorsi di emancipazione e di acquisizione di libertà e autonomia in seno alla famiglia. Quando centinaia di donne partono da uno stesso villaggio, l’ordine sociale tradizionale viene sovvertito, ed è tutta la comunità che si riorganizza e si ristruttura “in stile europeo”. Tali trasformazioni hanno un potenziale positivo, ma comportano anche il rischio che le nuove configurazioni si traducano in una rottura di legami e alla disgregazione delle famiglie. Non è facile infatti gestire rapporti e sentimenti a distanza, comunicando via Skype e traducendo il proprio affetto in regali e soldi spediti dall’Italia. Non è facile esprimere il proprio amore con l’assenza invece che con la presenza, non è semplice fare i conti con la contraddizione insanabile del partire “per salvare il proprio nido” e il vedere quello stesso nido andare in frantumi mentre si è lontane, chiamate a dare amore in una famiglia italiana invece che nella propria.


Secondo il recente Rapporto dell’Ilo i lavoratori domestici nel mondo sono almeno 52 milioni, ma solo uno su dieci è tutelato e gode di buone condizioni lavorative. In Italia, nonostante la sottoscrizione della “Convenzione sul lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici”, l’impegno dei sindacati e le regolarizzazioni ad hoc, non mancano violazioni degli obblighi contrattuali, abusi e ricatti. Quale altra misura, a suo parere, occorrerebbe prendere affinché il “settore della cura” venga finalmente rispettato e considerato come risorsa insostituibile in un Paese come il nostro sempre più “vecchio”?

Nel libro scrivo che il verbo “badare” sta a metà strada tra “amare” e “lavorare”. In questa ambivalenza risiede l’importanza della figura della “badante” per milioni di famiglie italiane, ma anche il rischio di dimenticare che l’assistenza, quando esce dall’ambito della cura prestata all’interno dell’ambito famigliare, diventa necessariamente una “professione” e come tale va riconosciuta e tutelata. In altre parole: quando ci esprimiamo anche in termini che vorrebbero essere positivi a proposito delle assistenti famigliari come di “persone di casa”, stiamo inevitabilmente aprendo la strada verso possibili situazioni di abuso e sfruttamento. La lavoratrice (o il lavoratore) che assiste a domicilio un anziano o una persona non autosufficiente non è “una di famiglia”, anche se ci piace pensare così, ci rassicura e in molti casi gratifica anche la lavoratrice. Non si tratta di cancellare o negare il coinvolgimento emotivo di tutte le parti coinvolte nella relazione di cura, ma semplicemente dell’esercizio di mantenere “la giusta distanza”: una distanza che riconosca la professionalità della “badante” e la necessità di adeguati percorsi formativi, una distanza che non ci faccia considerare la disponibilità e la flessibilità di queste lavoratrici come illimitate e giustificate delle loro condizioni di bisogno materiale, che non sovraccarichi le assistenti famigliari di un bagaglio di pressioni e richieste insopportabili a livello psicologico nel lungo periodo. Penso dunque che oltre a misure specifiche sul piano normativo, sia necessaria innanzitutto una maggiore attenzione e conoscenza della complessità delle esperienze di vita di queste lavoratrici ed è in questa direzione che anche il nostro libro vorrebbe dare un contributo.



Il Paese delle badanti

IL LIBRO

Qual è il Paese delle badanti?
Sarà l’Italia, o la Francia, o la Germania, o uno qualunque insomma dei paesi dell’Occidente “ricco” dove tante famiglie conoscono bene il bisogno di affidare i propri anziani alle cure di una “badante”?
O sarà invece il Perù, la Romania, le Filippine, uno qualunque insomma di quei paesi “poveri” da cui provengono le migliaia di donne che entrano nelle nostre case per assistere i nostri vecchi, protagoniste della più vasta e silenziosa migrazione transnazionale di questo inizio secolo?
Il paese delle badanti è in effetti uno spazio reale nuovo, che unisce e separa terre e persone. Uno spazio umano che rispecchia, a volte in modo anche drammatico, i contrasti e l’evoluzione della società contemporanea. Uno spazio la cui dimensione più vera è quella del “viaggio” dentro e fuori le anime dei protagonisti.
Francesco Vietti, in questo saggio scientificamente rigoroso che è però anche appassionato racconto, compie proprio questo viaggio, andata e ritorno da una metropoli italiana a un villaggio della Moldova: un’etnografia particolare, itinerante, sulla base di due società in profondo cambiamento e costante interazione fra loro, quella postcomunista da un lato e quella postindustriale dall’altro. Attorno alle badanti girano infatti nuovi modelli di vita e diverse realtà: il mito del ritorno, il fascino dello stile europeo, i confini labili dell’Est che si flette verso l’Occidente, i figli lasciati crescere, i mariti lasciati indietro, i padri lasciati andare vs i nonni acquisiti della nostra Italia, sempre più vecchia e legata alla “catena della cura”. Il diario di viaggio dell’autore indaga la vita quotidiana e i lunghi e continui spostamenti delle badanti emigrate dall’Est, oggi cardini essenziali del mondo assistenziale italiano.  Così, fra storie in costante movimento, l’Autore fissa l’immagine della difficile transizione vissuta dall’Europa dell’Est e dalla società occidentale dopo la caduta del sistema bipolare della Guerra Fredda, frammenti di vita uniti dal filo dei mille viaggi A/R delle badanti.
Lucia Portis e Laura Ferrero, in una accurata scelta e rielaborazione del ricco materiale biografico raccolto attraverso interviste ad assistenti e assistiti, illustrano le quotidiane storie del mondo della “cura” con gli affinati strumenti dell’antropologia e con la sensibile intelligenza dell’impegno e della solidarietà sociale.
Aldo Pavan, con i suoi “scatti d’autore”, dipinge in immagini i protagonisti di questo viaggio, dagli sfondi più consueti dei paesaggi cittadini agli spazi di villaggi che appaiono quasi esotici eppure così familiari. Persone e cose, andata e ritorno.
Noi, in queste pagine, potremo cercare le risposte ai mutamenti degli stili di vita delle famiglie occidentali nel diretto rapporto con i cambiamenti che coinvolgono e stravolgono le realtà personali e sociali dei paesi di provenienza delle badanti: una questione che subito si presenta anche e soprattutto “sentimentale”.
E se il "Paese delle badanti" fosse l’Italia, che cosa succederebbe se tutte queste donne decidessero in un giorno di sole di portare in un’enorme piazza i loro nonni italiani, li lasciassero lì, e scioperassero per una settimana?


GLI AUTORI

Francesco Vietti, antropologo, ha svolto ricerche sul campo nei Balcani e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica indagando i rapporti tra migrazioni, globalizzazione e costruzione identitaria. Ha pubblicato articoli su riviste specialistiche e il saggio Cecenia e Russia, storie e mito del Caucaso ribelle (Massari, 2005). Attualmente è membro del comitato scientifico del Centro Interculturale della Città di Torino.

Il suo blog

Lucia Portis, antropologa, esperta in metodologie autobiografiche e collaboratrice scientifica della Libera Università dell’Autobiografia. Docente di Antropologia culturale e Antropologia medica all’Università di Torino, coordina dal 2004 i progetti di raccolta di storie di migrazione presso il Centro Interculturale della città di Torino. Tra le sue opere: Storie di scuola, di migrazione, di vita (Ed. Comune di Torino, 2001), e Molti modi di essere uniche con Barbara Mapelli e Susanna Ronconi (Stripes, 2011).

Laura Ferrero, antropologa presso l’Università degli Studi di Torino, si occupa di migrazioni transnazionali ed educazione interculturale. Collabora con il Centro Interculturale all’interno di un progetto di raccolta di storie di migranti.

Aldo Pavan, giornalista e fotografo, ha realizzato centinai di reportage geografici e numerosi libri di viaggio. Particolarmente attento alle vicende dell’Europa orientale prima e dopo la caduta del Muro e ai diversi aspetti delle migrazioni in Italia. È autore di una collana di volumi fotografici sui grandi fiumi e sulle vie carovaniere del mondo e del libro Birmania, sui sentieri dell’oppio (Feltrinelli, 2007).


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