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Dignità, la madre di tutti i diritti: intervista a Moni Ovadia

“I diritti hanno bisogno di una struttura giuridica, ma la dignità viene prima”.

Carlotta Caroli

Il suo ultimo libro si chiama Madre dignità e spiega come la dignità, appunto, preceda tutti i diritti. Lui è Moni Ovadia, artista, ricercatore, cantante e interprete di musica etnica e popolare; inoltre regista, attore e capocomico di un genere teatrale assolutamente peculiare, ovvero il teatro musicale. Nato a Plovdiv, in Bulgaria da una famiglia ebraico-sefardita, nei suoi testi e nei suoi spettacoli ha da sempre un filo conduttore: il vagabondaggio culturale e reale proprio del popolo ebraico, popolo del quale si sente figlio e rappresentante. ImmigrazioneOggi lo ha intervistato durante la sua partecipazione al festival Caffeina Cultura 2012 che ha avuto luogo a Viterbo nel mese di luglio.

In che senso la dignità può essere considerata madre?

Io credo che la dignità sia il grembo materno in cui hanno gestazione tutti i diritti. La dignità precede i diritti. La dignità è qualcosa che nasce da un’intuizione interiore individuale, poi si riverbera nella società attraverso le relazioni interindividuali. La dignità la percepisci dentro di te, è qualcosa che si intuisce, che attiene all’assoluto: è il fine, non il mezzo.
I diritti hanno bisogno di una struttura giuridica, ma la dignità viene prima.



La stiamo un po’ perdendo questa dignità?

Assolutamente sì.


E in che modo possiamo tentare di recuperarla?

Avendo consapevolezza della sua importanza e del fatto che la dignità è indisponibile al potere. Se un uomo commette un reato, può essere privato della libertà e di altri diritti ad essa connessi, ma non può essere privato della dignità. Nessuno può privare un uomo della sua dignità, neanche se è il più grande criminale della storia. Noi possiamo condannare il criminale nazista all’ergastolo, ma non privarlo della sua dignità.


Delle volte separare le due cose è difficile…

No, anzi è molto semplice. Di qualunque persona si tratti, fosse anche il criminale dei criminali, bisogna avere delle accortezze nel punirlo. Esempio: le sue condizioni di carcerazione non possono avvenire in modo degradante o in modo da degradare il suo corpo e la sua psiche. La sua cella deve avere una certa dimensione, egli deve avere accesso ai libri, deve avere la possibilità di essere visitato ciclicamente da persone. Sono tutte cose che in una democrazia devono essere garantite anche al più efferato dei criminali. Infatti i nazisti, coloro che per primi avevano cancellato la dignità delle loro vittime, ebbero diritto ad una giustizia giusta.


Parliamo del rapporto tra stranieri e italiani. Italiani, brava gente, tollerante con l’immigrato, secondo lei vale anche con la crisi economica?

Le crisi economiche per loro definizione accendono nei soggetti sociali più deboli, i cui processi di acculturazione sono i più inquinati, reazioni di intolleranza, perché nelle condizioni di difficoltà esistenziale è molto comodo poter dire che la colpa dei tuoi mali è quella di un altro. La cosa più difficile ma anche più nobile per un uomo è confrontarsi con se stesso e domandare a se stesso: io dov’ero, io cosa ho fatto, qual è la mia responsabilità?


Ma poi all’atto pratico ci si pensa realmente?

No, perché non abbiamo l’educazione. E c’è una ragione: il potere usa tutti gli strumenti per autolegittimarsi e lo strumento del capro espiatorio è uno dei più antichi e dei più efficaci. Prendi il caso leghista: hanno scaricato sugli immigrati tutte le responsabilità. Questo non accade quando l’immigrato è il vincitore: Balotelli diventa un leghista dalla pelle nera e Ibrahimovic improvvisamente diventa lo svedese. Come lo svedese? Lui è un rom serbo. Vedi come funziona?


Anche in altri Paesi dell’Europa è così?

Dovunque. Più la democrazia è forte, meno è virulento il fenomeno; l’Italia è un Paese con una democrazia molto immatura, lo si vede dal fatto che c’è metà del Parlamento di inquisiti. L’Italia è un Paese che non ha fatto i conti col fascismo, l’Italia è un Paese che si è raccontato la frottola degli italiani brava gente… Intendimi: in Italia c’è tanta brava gente, è ovvio. Ma l’Italia ha avuto una dittatura che ha commesso in proprio, non insieme al nazismo, due genocidi: uno in Etiopia, l’altro in Cirenaica. Andiamo a chiedere alla popolazione della Cirenaica cosa pensa del fatto che un libico su 6 fu assassinato. C’è una parola sola per descrivere cosa accadde realmente. Ed è la parola ge-no-ci-dio. Però finché andrà avanti questa frottola degli italiani brava gente, noi non diventeremo un grande Paese. Il povero presidente Napolitano, che io ho l’onore di conoscere personalmente, è pieno di buoni sentimenti per questo Paese. Ma l’Italia, come struttura nazionale, è un piccolissimo Paese dove non si può avere giustizia, dove la tortura di Stato non è reato. Secondo te è un grande Paese un Paese nel quale per avere giustizia in un tribunale devi aspettare 30 anni? Ma la gente, sì, è straordinaria, perché in questo Paese ci sono milioni di uomini che si alzano e onestamente vanno a lavorare per guadagnarsi il pane. È gente straordinaria, ma loro sono straordinari, non il Paese. Un Paese di brava gente – e questo lo dico come ebreo – non lasciava cacciare dalle scuole dei bambini di 6 anni, si sarebbe ribellato, un Paese di brava gente. Io sono nato in un Paese – la Bulgaria – che è stato calunniato per tutto il dopoguerra. Quando c’è stata la persecuzione degli ebrei in Bulgaria, però, i bulgari, tutti, si sono ribellati.


Parliamo di integrazione tra stranieri e italiani, è possibile secondo lei anche quando le culture sono molto lontane tra di loro?

Assolutamente sì, è possibile e auspicabile e naturale, basta essere aperti e accogliere.
Guarda me: sono nato in Bulgaria, ma parlo un milanese impeccabile
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Quindi è una questione di lingua?

Un uomo che parla la lingua di un luogo appartiene a quel luogo. La lingua è l’anima delle identità delle genti. Se senti come parla Balotelli, dici che è un bresciano. Perché lui è un bresciano. Facciamo un altro esempio: dal 1930 al 1980 c’è stato un cantante negli Stati Uniti che tutti gli americani consideravano la voce dell’America. Si chiamava Frank Sinatra. Beh, lo sai come lo chiamava suo nonno? Francuzzu beddu… perché Frank Sinatra è nipote di siciliani, eppure è diventato la voce dell’America. Allora non è la lingua che fa la differenza? Un italiano è stato la voce dell’America. E lui è solo un esempio. Un altro è Gershwin: uno dice Gershwin e pensa America, invece lui era un ebreo russo, non era manco nato in America, eppure la sua musica è quella nella quali gli americani si riconoscono di più.


La cittadinanza italiana agli immigrati di seconda generazione?

Non averla già data è prova che noi viviamo in una assoluta barbarie.


Moni Ovadia

Chi è Moni Ovadia

Nato a Plovdiv in Bulgaria nel 1946 da una famiglia ebraico-sefardita, Moni Ovadia è considerato uno dei più prestigiosi e popolari uomini di cultura ed artisti della scena italiana. Il suo teatro musicale ispirato alla cultura yiddish, di cui ha dato una lettura contemporanea, è unico nel suo genere, in Italia e in Europa.
Arrivato in Italia da piccolissimo, ha cominciato la sua carriera artistica come musicista ed interprete di musica etnica e popolare di vari Paesi. Nel 1984 ha esordito nel teatro, prima in collaborazione con artisti della scena internazionale come Bolek Polivka, Tadeusz Kantor, Franco Parenti, e poi via via proponendo se stesso come ideatore, regista, attore e capocomico di un “teatro musicale”, assolutamente peculiare, in cui le precedenti esperienze si innestano alla sua vena di straordinario intrattenitore, oratore e umorista.
Filo conduttore dei suoi spettacoli e della sua vasta produzione discografica e libraria è la tradizione composita e sfaccettata, il “vagabondaggio culturale e reale” proprio del popolo ebraico, di cui si sente figlio e rappresentante.
È noto anche per il suo costante impegno politico e civile a sostegno dei diritti e della pace. I suoi contributi vengono pubblicati su riviste e quotidiani come il Corriere della Sera, L’Unità, il Secolo XIX, La Stampa e il Mattino.


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