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Punti di vista

Le ragazze di Benin City

Intervista a Isoke Aikpitanyi

Alberto Colaiacomo

Isoke Aikpitanyi, nata a Benin City in Nigeria, arriva in Italia nel 2000 per lavorare, ma viene ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana. Liberatasi dall’oppressione, si dedica interamente alle altre decine di migliaia di ragazze nigeriane schiavizzate in Italia avviando il progetto “Le ragazze di Benin City” divenuto un’associazione. Coautrice del libro Le ragazze di Benin City, seguito da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia, ha ricevuto numerosi premi per il suo impegno.


Isoke, parliamo delle storie che racconti in Le ragazze di Benin City, libro scritto insieme alla giornalista di Panorama Laura Maragnani. Tu parti dalla tua storia e la racconti confrontandola con quelle di altre ragazze giunte dalla Nigeria con un sogno che poi si è rivelato una realtà molto dura quando sono finite per strada. Ci porti nella realtà della tratta. Come è nata l’idea?

L’idea del libro è venuta a Laura Maragnani, in particolare dopo aver letto il libro Akara-Ogun e la ragazza di Benin City scritto dal mio compagno Claudio Magnabosco. Il libro di Claudio è stato l’occasione di farmi conoscere da coloro che si occupavano di temi come la tratta, la prostituzione, lo sfruttamento; tra loro anche Laura Maragnani. Ci siamo frequentate, abbiamo parlato, lei ha conosciuto tutta la mia storia, mi ha proposto di scrivere un libro, cosa che non avrei mai immaginato perché non sono né una giornalista né una scrittrice. Insieme a Laura abbiamo raccontato le storie di circa 50 ragazze che sono riuscita ad avvicinare e a fare entrare nell’“Associazione vittime della tratta” da me fondata. Storie struggenti che descrivono in dettaglio l'amarezza, il dolore, la sofferenza della fine di un sogno, quello di venire in Italia e cambiare vita. Quel sogno che ben presto lascia il posto ad un marciapiede, al vuoto, alla violenza, allo sfruttamento.


Dal libro è nato un progetto che adesso è diventato il tuo impegno insieme al tuo compagno Claudio: una casa di accoglienza ad Aosta per ragazze che escono dalla tratta.

Sì, c’è “La Casa di Isoke” e altri progetti per proteggere le vittime della tratta. Oggi, ad esempio, La Casa di Isoke è quasi ovunque in Italia e si fonda sul sostegno di operatrici che hanno vissuto l’incubo della tratta e ora aiutano le altre a liberarsene. In Valle d’Aosta c’è un progetto chiamato “Tulipa nèye” finanziato dal Ministero delle pari opportunità che, insieme al progetto “La ragazza di Benin City”, aiuta molte ragazze.


In occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, lo scorso 25 Novembre, avete presentato una ricerca fatta assieme al Dipartimento per le pari opportunità in cui si davano i numeri di questo fenomeno che riguarda moltissime ragazze; voi ne avete avvicinate 1.000 nel corso del vostro lavoro attraverso altre tre ex vittime della tratta che si sono messe a disposizione per fare dei questionari. Che quadro è emerso?

Abbiamo avvicinato 1.000 ragazze circa e siamo riusciti a lavorare in particolare con 500. È la prima volta in Italia e anche in Europa, credo, se non nel mondo, che viene data alle vittime della tratta una opportunità di salvezza. L’idea nasce dal ministro per le pari opportunità Mara Carfagna che ha voluto dare la possibilità alla realtà sommersa della tratta di essere conosciuta. Dai questionari è emersa una realtà eterogenea che racconto nel nuovo libro 500 storie vere.


Mi ha colpito il fatto che molte di loro, circa il 75%, hanno regolare permesso di soggiorno.

Sì, ci sono tante “maman” nei vari ambienti sociali. Molto spesso le ragazze che hanno il permesso di soggiorno e sono sulla strada non esprimono la volontà di lasciare quella vita; sono proprio le “maman” che, per evitare i controlli, le tolgono dalla strada ma le tengono in case chiuse e continuano a farle prostituire. Quindi se la “maman” chiede il permesso di soggiorno per la ragazza lo fa solo per non incorrere in guai giudiziari.


In Nigeria viene data una sufficiente informazione riguardo a ciò che accade quando vengono promessi posti di lavoro attraverso organizzazioni di questo genere?

Ci sono associazioni e ONG che operano in questo settore anche in Nigeria. Le informazioni sul problema vengono date solo in alcune zone o nella capitale e non tutte le ragazze riescono a sapere. Poi ci sono ragazze molto determinate nel voler partire che vengono imbrogliate e quindi non sono preparate a ciò che potrebbe capitare loro e non hanno poi alcuna via d’uscita dalla situazione.


Tornando all’attualità: è stato presentato un progetto di legge, frutto dell’esperienza di alcuni comuni italiani e dei loro sindaci, che contrastano l’immigrazione che c’è sulle strade con multe ai clienti, multe alle ragazze vestite con abiti discinti. Secondo te sono provvedimenti efficaci?

Direi che avere una legge efficace che punisce il cliente va bene, a volte però mi sembra che non si sia capito bene come affrontare il problema, perché spesso sono proprio le ragazze a essere punite. In realtà dovrebbero essere puniti prima di tutto i trafficanti, mentre i clienti andrebbero responsabilizzati.


Ricollegandoci a ciò che hai appena detto, nel libro parli spesso di responsabilizzare i clienti, perché molte delle ragazze che riescono a trovare il coraggio di denunciare e di venir fuori dalla tratta lo fanno perché aiutate da un cliente.

È vero, pensa che ci sono gruppi di ex-clienti che danno una mano accanto alle associazioni per le vittime della tratta e per noi questa è una risorsa importante, anche perché le ragazze in strada ora sono di meno; si trovano perlopiù in case chiuse, quindi è solo con l’aiuto dei clienti che possiamo trovarle e aiutarle. Ecco perché si cerca di sensibilizzare gli uomini sul problema del sesso a pagamento dando loro le informazioni e indicando luoghi e associazioni dove farsi aiutare a superare questa dipendenza.


500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane

Il libro, basato sui risultati di un’indagine capillare svoltasi in tutta Italia e realizzata con il contributo del Dipartimento per le pari opportunità, racconta con forza e concretezza le storie di centinaia di ragazze nigeriane rese schiave e costrette con l’inganno a prostituirsi dall’alleanza fra mafia nigeriana e criminalità italiana.
Sono tante le ragazze africane, soprattutto nigeriane, scomparse o uccise, ma questo non ferma il flusso illegale e ininterrotto di arrivi di migliaia di giovanissime, spesso minorenni, che da quasi vent’anni vengono condotte nel nostro paese. A tutte viene imposto un debito altissimo, fino a 80 mila euro, cui debbono far fronte nel tempo sotto la stretta e violenta sorveglianza della rete delle maman, diffuse capillarmente in tutto il territorio nazionale. Eppure sta crescendo il numero delle ragazze che, come l’autrice del libro, si ribellano al ricatto della mafia e, attraverso percorsi diversi, riescono a liberarsi dal suo dominio.
Contributi significativi affiancano nel libro la denuncia della tratta: quelli dello scrittore Roberto Saviano, dei musicisti Michael Nyman e David McAlmont, dell’artista americana Martha Rosler, cui si accompagnano le riflessioni di Claudio Magnabosco e Gianguido Palumbo, due uomini italiani impegnati nelle reti e nelle associazioni contro la tratta per un cambiamento delle responsabilità maschili.

L’Associazione Progetto la ragazza di Benin City - rete della associazione vittime ed ex vittime della tratta invita singoli e associazioni a contattarla, per organizzare incontri di presentazione, alla mail: isoke.aikpitanyi@gmail.com.



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